Da Roseto ad Avezzano, disagi e speranze nel diario di una giornalista
L'AQUILA. Il suono della sveglia mi coglie sempre impreparata. Ogni mattina arriva come una fucilata. Mira diretta ai tuoi sogni che si infrangono là, tra il buio e le lenzuola ancora calde. Il cuore accelera il suo ritmo e mi fa saltare in piedi. Sono le 5,45 di un giorno qualunque. Un altro da terremotata-pendolare. Perché è vero: gli aquilani in gran parte sono tornati in città.
Ma c'è ancora anche chi come te non ha ancora un tetto sotto cui dormire, nel posto dove è nato e vissuto tutti i giorni fino al 6 aprile. Alla «sua» città però non vuole rinunciare lo stesso: così non ha chiesto trasferimenti, né certificati di malattia e, cascasse il mondo, si fa sparare dalla sveglia, si butta sotto la doccia e parte. Direzione L'Aquila.
Là sono il lavoro, gli amici, gli affetti; là è la vita. E là si va, anzi si torna. Come ogni giorno. Esci senza fare colazione, a volte con la maglia sotto di sopra e in mano buste, borse e pacchetti in cui la sera precedente hai riposto quello che ti servirà per trascorrere la giornata prima di tornare nella tua stanza. Con il pc portatile a tracollo, la borsa in una mano e la busta nell'altra, cerco di trovare al buio la macchina. Apro l'auto, recupero la borsa e parto. Il primo viaggio, quello dall'hotel alla stazione (dove si fermano i bus), dura pochi minuti. Il sole per un attimo mi abbaglia: sta sorgendo sul mare. L'intensità è la stessa di quando lo vedevo, appena sveglia, spuntare dalle montagne aquilane. Alla stazione di Roseto, prima delle 7, siamo una ventina. Altri saliranno a Giulianova e alcuni sono già saliti a Pineto. L'autobus si ferma e mi faccio spazio tra la gente che si affolla davanti all'entrata del bus e salgo, alla ricerca di un posto libero. La strada ormai è diventata familiare. L'avevo già fatta qualche volta negli anni precedenti: d'estate, per trascorrere la domenica al mare. Ma ormai sono quasi otto mesi che l'attraverso quasi quotidianamente. Potrei farla a occhi chiusi.
Eppure, nei mesi, qualcosa è cambiato. Quando lo sguardo, ancora assonnato, va a finire fuori dal finestrino dell'autobus, mi accorgo che i colori accesi dell'estate hanno lasciato il posto a quelli più tenui dell'autunno. Il cielo azzurro su cui si stagliava nettamente, quasi ferendolo, il Gran Sasso, in questi giorni è spesso plumbeo e la nebbia a banchi copre la cima ormai imbiancata della montagna che divide, per noi, L'Aquila dal resto del mondo. Col tempo, sono cambiati anche i discorsi dei compagni di viaggio e miei. Per tutta l'estate il tormentone era uno: si torna a settembre, con il rientro dei ragazzi a scuola. Poi la data di inizio dell'anno scolastico è stata posticipata e le nostre speranze rinviate. «Vedrai, per ottobre rientriamo tutti», mi diceva la mamma di due bambini che tutti i giorni doveva tornare all'Aquila per non perdere il posto di lavoro. Lo sperava, davvero. Ma così non è stato. Ottobre è trascorso ed è quasi finito novembre, ma lei che ha casa B dovrà viaggiare ancora per diversi mesi: i lavori di messa in sicurezza non sono neanche iniziati e forse termineranno per primavera. Intanto, sveglia i suoi bambini all'alba tutti i giorni e li porta a scuola all'Aquila. È forse per questo che infondo, come per uno strano paradosso della vita, ti senti quasi in colpa a dire che la tua casa è E in zona rossa e che ti hanno assegnato un modulo del progetto Case. Ti senti in colpa perché tu, entro dicembre, tornerai. Mentre loro, il popolo delle B e delle C, dovranno restare sulla costa chissà per quanto altro ancora. Ed è difficile spiegare che tornerai all'Aquila, è vero, ma non nella tua casa e che forse non potrai rientrarci per anni. Per loro, sei fortunato lo stesso. Anche Giovanna ha casa E e viaggia tutti i giorni. Lei ha scelto di iscrivere i figli in una scuola di Roseto, per non farli viaggiare tutti i giorni, dice. Ma lei lavora dal lunedì al giovedì dalle 8 alle 17. Così ha dovuto affidarsi a una baby sitter che tutti i giorni va a prendere i suoi figli fuori dalla scuola e li riporta in albergo. Lì aspettano la mamma che torna intorno alle 19. Anche lei prega tutti i giorni di ricevere la telefonata della «Linea amica» che le comunichi la data del rientro in città. Ma ancora non è arrivata. E così le parole di speranza di agosto sono ora meno fiduciose e più stanche. Quando scendo dall'autobus, ho fatto metà viaggio. Devo prendere la coincidenza per Avezzano, per raggiungere la scuola in cui lavoro. Anche lì sopra è pieno di aquilani. Molti di loro però sono tornati o almeno si sono riavvicinati. «Mi sono trasferito a settembre a Rocca di Mezzo» mi diceva qualche giorno fa un collega, «mi sembra un paradiso rispetto ad Alba adriatica: il viaggio è la metà». Tutte le mattine arriva all'Aquila per lasciare la moglie e poi ripartire per Avezzano. Una volta terminato l'orario di lavoro, riparto per L?Aquila. È ormai ora di pranzo. Mi fermo alla prima mensa che incontro, la più vicina rispetto alla fermata dell'autobus. Poi mi metto a cercare un posto per trascorrere il pomeriggio. Quando non hai una casa è così: devi elemosinare ospitalità a destra e a manca, alla ricerca di un bagno pulito e di una connessione a Internet. Cerco una postazione per il pc e inizio a scrivere. Ormai anche il pomeriggio è trascorso. Sono le 19,30. Ho appuntamento tra una mezz'oretta con i miei per ripartire alla volta di Roseto. Lì ceneremo, in hotel. I ristoratori saranno tanto gentili, anche stasera, da farci trovare un piatto caldo, un po' fuori orario. Poi torneremo nelle nostre stanze d'albergo, che sono diventate la nostra casa; ci infileremo in fretta il pigiama per non perdere neanche un minuto di riposo: a noi, terremotati-pendolari, non è permesso.